Controllo sociale: dal Panopticon a oggi

da | 4 Lug 2023 | Idee per Tesi di Laurea, Sociologia

Nell’ottica di perseguire la prevenzione e la sicurezza, un numero crescente di soggetti ritiene che la videosorveglianza sia uno strumento efficace per tutelare l’incolumità delle persone: ecco perché la sorveglianza del territorio è diventata sempre più un’esigenza di enti pubblici e privati, nell’ottica di un incisivo controllo preliminare. Attualmente la videosorveglianza è considerata una tecnica di prevenzione situazionale ed è ormai una consuetudine consolidata: gli strumenti di ripresa video sono presenti in tutti i luoghi altamente frequentati.

Nonostante l’ampia diffusione dei sistemi di videoregistrazione in molti Stati europei, in alcuni casi questa tecnologia non è gradita al grande pubblico, preoccupato soprattutto per il suo impatto sulla privacy.  A dispetto dei dubbi morali e pratici che possono derivare dall’uso di questa tecnica per garantire la sicurezza, l’implementazione dei sistemi di videosorveglianza cresce senza sosta. Le telecamere controllano quindi alcune aree e stanno parzialmente (o completamente?) sostituendo il controllo visivo dell’uomo: l’occhio elettronico è ritenuto meno soggetto a errori di quello umano.

Secondo alcuni studiosi (Poster, 1984; Lyon, 2006), le videocamere rappresentano la versione elettronica della costruzione architettonica del Panopticon di Bentham, ovvero un edificio circolare con al centro una torre da cui è possibile sorvegliare e controllare le celle della prigione.  La forza del Panopticon sta nel fatto che, grazie a uno speciale sistema di illuminazione, i detenuti sono sempre visibili ai controllori, che invece non possono essere visti; questo dovrebbe indurre i detenuti a conformare alle regole i propri comportamenti (autodisciplina).

Il passaggio dalla modernità alla tarda o post-modernità segna un’evoluzione: dalla società disciplinare alla società del controllo, dall’immobilismo al dinamismo, dove la sorveglianza è sempre meno visibile e silenziosamente presente nella vita quotidiana degli osservati (Deleuze, 1990).  Infatti, “il Panopticon perde la sua struttura pesante, fatta di muri e celle, per diventare sempre più immateriale” (Domenicali, 2004: 87).  Questo modello di sorveglianza ha perso la sua rigidità strutturale e oggi non ha più chiare connessioni con la detenzione. 

Attualmente, l’intenzione è quella di monitorare non solo individui o specifiche categorie umane, ma anche merci, dati e tutto ciò che è legato al processo di globalizzazione.  Per questo Bauman, in accordo con la sua idea di modernità, parla di “sorveglianza liquida“, sottolineandone le caratteristiche di flessibilità e mobilità “penetrando in molte sfere di vita dove in passato aveva solo un’influenza minima“.

Il progresso tecnologico e l’evoluzione dell’informatica hanno esteso notevolmente la capacità di monitorare e memorizzare i comportamenti delle persone, sia come individui che come membri di una collettività.  Tale potere è allo stesso tempo normalizzante e totalizzante, e ha l’effetto di rendere ogni individuo e le sue azioni rintracciabili in qualsiasi luogo pubblico o privato, grazie anche alla sua collaborazione attiva, anche se spesso inconsapevole.  Il paradosso sta allora nel fatto che la videosorveglianza si configura come Superpanopticon, un panopticismo che non conosce limiti materiali e tecnici: dal modello panottico originario, alla rappresentazione di un nuovo contesto di sorveglianza, una sorta di versione evoluta e più forte del modello ottocentesco, creata a immagine e somiglianza della web society.  Nel confronto tra l’attuale modello di controllo e quello precedente, si nota una differenza nei ruoli dell’osservatore e dell’osservato. Nel rigido archetipo panottico, l’osservatore era espressione di una connessione tra politica e potere. Nell’era delle strutture di controllo elettronico, la distanza tra i due ambiti sta crescendo e questo genera disorientamento tra gli individui e un conseguente indebolimento dei legami sociali, cedendo il passo a una nuova forma di sorveglianza, esercitata dai media, soprattutto quelli digitali o nuovi. 

In passato, gli osservati svolgevano un ruolo passivo, come conseguenza della coercizione dell’osservatore su soggetti presumibilmente pericolosi, esercitata come forma di punizione.  Oggi tali soggetti non appartengono più – o appartengono solo potenzialmente – a categorie pericolose e partecipano e contribuiscono volontariamente alla sorveglianza, fornendo informazioni come dati personali e sensibili appartenenti alla loro sfera privata6.  Il motivo della loro condivisione è uno solo: chi non è controllato è isolato, non è influente e non ha diritto alla protezione.  Il paradosso è che per godere della nostra libertà siamo costretti a cedere pezzi della nostra privacy, e questo favorisce la c.d. “etero-sorveglianza”.