Émile Durkheim e la Sociologia del Suicidio

da | 9 Ago 2023 | Idee per Tesi di Laurea, Sociologia

Il Suicidio del sociologo francese Émile Durkheim è un testo classico della sociologia che viene ampiamente insegnato agli studenti di psicologia.

Pubblicato nel 1897, il libro è stato il primo a presentare uno studio sociologico sul suicidio ed è stato innovativo per l’epoca la sua conclusione che il suicidio può avere origine da cause sociali e non solo essere dovuto al temperamento individuale.

Il testo presenta un approfondimento su come i tassi di suicidio all’epoca differissero tra le varie religioni. In particolare, Durkheim analizzò le differenze tra protestanti e cattolici. Trovò un tasso di suicidio più basso tra i cattolici e teorizzò che ciò fosse dovuto a forme di controllo e coesione sociale più solide tra loro che tra i protestanti.

Relativamente ai risultati dello studio, Durkheim ha scoperto che il suicidio è meno comune tra le donne che tra gli uomini, più comune tra i single che tra coloro che hanno una relazione sentimentale e meno comune tra coloro che hanno figli. Inoltre, ha scoperto che i soldati si suicidano più spesso dei civili e che, curiosamente, i tassi di suicidio sono più alti in tempo di pace che in tempo di guerra.

Sulla base dei dati raccolti, Durkheim ha sostenuto che il suicidio può essere il risultato non solo di fattori psicologici o emotivi, ma anche di fattori sociali. Il sociologo, a tal proposito, ha sostenuto che l’integrazione sociale, nella fattispecie, è un elemento determinante: quanto più una persona è socialmente integrata – cioè, quanto più è connessa alla società, possiede un senso di appartenenza generale e un sentimento di appartenenza alla vita all’interno del contesto sociale – tanto meno è probabile che si suicidi. Quando l’integrazione sociale diminuisce, le persone hanno maggiori probabilità di suicidarsi.

Durkheim sviluppò una classificazione teorica del suicidio per spiegare i diversi effetti prodotti dai fattori sociali e il modo in cui questi possono condurre al suicidio:

  • Il suicidio anomico è una risposta estrema da parte di una persona che sperimenta l’anomia, ossia un senso di totale disconnessione dalla società e una sensazione di non appartenenza derivante dal deterioramento della coesione sociale. L’anomia si verifica in periodi di gravi sconvolgimenti sociali, economici o politici, che comportano cambiamenti rapidi ed estremi nella società e nella vita quotidiana. In tali circostanze, una persona può sentirsi così confusa e disconnessa da scegliere di suicidarsi.
  • Il suicidio altruistico è spesso il risultato di un’eccessiva disciplina o responsabilizzazione delle persone da parte delle forze sociali, per cui una persona può essere spinta a uccidersi per il bene di una causa o per la società in generale. Un esempio è rappresentato da chi si suicida per una causa religiosa o politica, come i piloti kamikaze giapponesi della Seconda Guerra Mondiale o i dirottatori che nel 2001 hanno fatto schiantare gli aerei contro il World Trade Center, il Pentagono e un campo in Pennsylvania. In tali circostanze sociali, le persone sono così fortemente integrate nelle aspettative sociali e nella società stessa che decidono di togliersi la vita nel tentativo di raggiungere obiettivi collettivi.
  • Il suicidio egoistico è una risposta profonda messa in atto da persone che si sentono totalmente tagliate fuori dalla società. Normalmente, le persone sono integrate nella società grazie ai ruoli lavorativi, ai legami con la famiglia e la comunità e ad altri vincoli sociali. Quando questi legami si indeboliscono (ad esempio, a causa del pensionamento o della perdita di familiari e amici) aumenta la probabilità di un suicidio egoistico. Le persone anziane, che risentono di queste perdite in maniera più intensa, sono assai suscettibili al suicidio egoistico.
  • Il suicidio fatalista si verifica in condizioni di estrema regolamentazione sociale, con conseguenti condizioni di oppressione e negazione del sé e dell’agency. In una situazione del genere, una persona può scegliere di morire piuttosto che continuare a sopportare le condizioni di oppressione, come nel caso del suicidio tra i prigionieri.

L’integrazione di Durkheim ha avuto l’impatto più profondo sia sulla sociologia che sulla suicidologia. Spiegando il potere dell’integrazione, Durkheim sosteneva che quanto più estese e dense sono le relazioni sociali di una collettività – cioè, quanto più integrata è la collettività – tanto più i singoli membri del gruppo sono coinvolti e, quindi, tanto più gli individui sentono un significato e uno scopo nella loro vita.

Scriveva:

Il legame che unisce [gli individui] al [gruppo] li unisce alla vita [e] impedisce loro di sentire i problemi personali così profondamente […] La sofferenza fisica, psicologica o spirituale “non esiste per il credente saldo nella sua fede o per l’uomo fortemente legato da vincoli di società domestica o politica” (1951:209-210-212).

Questa appartenenza collettiva protegge gli individui da quelli che Durkheim ha definito suicidi “egoistici” – di cui si è accennato sopra – ovvero suicidi dovuti all’isolamento e alla mancanza di appartenenza collettiva. L’integrazione, quindi, nasce dalle relazioni sociali ricorrenti che richiedono una certa cura e che sono inserite in reti più ampie che formano gruppi, comunità o forse anche Stati nazionali. Ciò include il legame con le famiglie e i quartieri e con le comunità.

Queste relazioni forniscono ai membri ciò che i sociologi chiamano capitale sociale, ovvero benefici tangibili e intangibili costruiti sulla base dell’appartenenza.

La premessa di base di Durkheim – ossia, che l’elevata integrazione (misurata a livello collettivo o attraverso le percezioni individuali) espleta una funzione protettiva contro il suicidio – ha ricevuto un forte e costante supporto empirico.

Al contrario, l’opposto del suicidio egoistico – suicidi causati da un’eccessiva integrazione o suicidio altruistico – è stato oggetto di poca attenzione teorica ed empirica. Secondo Durkheim, le società eccessivamente unite potrebbero privare gli individui della capacità di assumere decisioni in determinate condizioni, conducendo verso suicidi per il “bene del gruppo”.

Durkheim sosteneva che i tassi di suicidio erano correlati al grado di trasparenza, coerenza e condivisione delle regole e delle norme sociali di un determinato gruppo.

Vivere in una società o in un gruppo sociale scarsamente regolamentato conduceva a quelli che Durkheim definiva suicidi “anomici”. In sostanza, secondo Durkheim gli esseri umani, in quanto animali, non erano creature intrinsecamente morali e, pertanto, dovevano acquisire la moralità dall’esterno. In particolare, all’epoca di Durkheim “morale” era sinonimo di “sociale”, e quindi egli vedeva i legami sociali come dotati di caratteristiche integrative come quelle dell’intimità e regolative come gli obblighi e le aspettative morali.

Durkheim ha quindi individuato diverse strade per la de-regolamentazione che causa il suicidio.

Innanzitutto, nelle società in cui le norme cambiano continuamente o in cui c’è un crollo generale della trasparenza morale, la capacità delle persone di identificare facilmente il proprio scopo sarebbe costantemente minacciata.

Secondariamente, la regolamentazione potrebbe essere improvvisamente compromessa da un cambiamento di status dell’individuo (ad esempio, la perdita del lavoro) o da una crisi collettiva (ad esempio, una recessione economica o una pandemia globale) che mette in discussione la capacità della società di fornire una chiara guida morale o sociale.

In breve, Durkheim vedeva un senso di comune chiarezza morale come una forza indipendente che forniva protezione ai membri di un gruppo.

Analogamente all’integrazione, un’eccessiva regolamentazione può anche causare quello che Durkheim definì un suicidio “fatalista”.

Per Durkheim, i suicidi fatalistici si verificavano nel momento in cui i membri di un gruppo o di una categoria sociale erano sottoposti a un’intensa coercizione psichica e fisica tale da non lasciare speranza per un futuro senza sofferenza.

Secondo Baumeister (1990) il suicidio è molto spesso una fuga dal dolore, ma come altre tipologie durkheimiane, i suicidi fatalistici si riferiscono a una classe di suicidi che non sono confinati da specifiche motivazioni individuali.