Hikikomori: Cos’è? Caratteristiche e Terapie

da | 2 Ago 2023 | Idee per Tesi di Laurea, Psicologia

Il termine hikikomori descrive le persone che hanno deciso di ritirarsi dalla comunità in cui vivono.

I primi studi sottolineavano la stretta relazione della manifestazione clinica con la cultura locale, come suggerito dal nome, che è una parola giapponese composta formata da due verbi che indicano l’atteggiamento di un individuo “tirarsi indietro” (hiku) e “auto-secludersi” (komoru) (Kato, Kanba e Teo, 2019; Kondo et al., 2013). Tuttavia, le crescenti pubblicazioni che giungono da tutto il mondo hanno reso  possibile una migliore comprensione in ordine a tale condizione e hanno suggerito che l’hikikomori è un problema di salute globale, che può esistere come diagnosi primaria indipendente (Martin-Lopez et al., 2020; Kato, Kanba e Teo, 2019).

L’attributo fondamentale dell’hikikomori è l’isolamento sociale e l’elemento distintivo è l’autosegregazione socio-spaziale degli individui che ne sono affetti, che sono in prevalenza adolescenti e solo marginalmente giovani adulti (Yong et al., 2020).

Questa forma di isolamento fisico avviene caratteristicamente a casa, dove queste persone decidono di trascorrere la maggior parte della giornata evitando così di esporsi a qualsiasi forma di socializzazione per giorni, settimane o mesi (Teo & Gaw, 2010). L’hikikomori sembra essere più diffuso nei maschi (Malagon-Amor et al., 2015; Kondo et al., 2013).

I lavori pubblicati hanno chiarito le caratteristiche patologiche dell’hikikomori e raccolto un certo consenso sulle sue peculiarità cliniche, le complicanze e la gestione (Stip et al., 2016).

Gli individui affetti da hikikomori presentano un grave isolamento sociale contraddistinto da un marcato isolamento fisico autoinflitto nella propria abitazione. In genere, tale isolamento persiste per un minimo di almeno 6 mesi ed è associato a una grave compromissione o disagio funzionale.

Le caratteristiche e la durata dell’isolamento domestico sono fattori diagnostici fondamentali.

Gli individui che interrompono il loro stato di isolamento a casa 4 o più volte in una settimana non possono essere classificati come hikikomori. Le persone possono manifestare diversi gradi di malattia, a seconda della frequenza con cui escono di casa (hikikomori lieve, moderato o grave). Il comportamento degli individui che non escono di casa più di 3 volte alla settimana è considerato un marcato isolamento sociale.

L’hikikomori coesiste con una serie di disturbi psichiatrici, ritenuti condizioni di rischio preesistenti che danno origine a questo disturbo (Kato, Kanba e Teo, 2019; Kondo et al., 2013). Ad esempio, può accadere che i pazienti con disturbi psicotici decidano di ritirarsi fisicamente dalla società e le persone depresse possono presentare sintomi che vanno, successivamente, sviluppandosi sotto forma di esiti simili al ritiro.

Il disturbo d’ansia sociale e altri disturbi legati all’ansia possono scatenare l’hikikomori e l’ansia nelle interazioni sociali è un disturbo psichiatrico in comorbidità importante tra le persone affette da hikikomori (Teo, Stufflebam & Saha, 2015).

I disturbi di personalità, tra cui evitante, paranoide, dipendente, schizoide, antisociale, borderline, narcisistico e schizotipico, sono stati segnalati come fattori di rischio per l’hikikomori.

Un grave affaticamento fisico e un dolore che causa difficoltà fisiche nel camminare o nel muoversi possono precipitare uno stato simile all’hikikomori (Kondo et al., 2013).

L’intervento terapeutico per gli hikikomori è impegnativo.

In questi pazienti è generalmente raccomandato un intervento multidimensionale, includente un approccio progressivo incentrato sul supporto familiare.

È improbabile che i soggetti affetti da hikikomori cerchino spontaneamente un trattamento; proprio per questa ragione, nelle persone che vivono con i familiari, il ruolo della famiglia è di basilare rilievo.

L’approccio iniziale, in stretto coordinamento con i familiari, si basa sul primo contatto e sulla valutazione dell’individuo colpito, seguito dal suo sostegno diretto. A queste fasi seguono interventi formativi specifici con attività di gruppo intermedie e transitorie (terapia di gruppo) e prove di partecipazione sociale (Saito, 2020).

L’obiettivo è la riduzione della solitudine e lo sviluppo di condizioni favorevoli che rendano fattibile un aumento delle interazioni sociali.

Nel nostro Paese si sta assistendo ad un incremento di tale disturbo: si parla di almeno 54 mila adolescenti rinchiusi nelle loro case.

L’Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa (Cnr-Ifc) ha condotto il primo studio nazionale diretto a fornire una stima quantitativa dell’isolamento volontario tra gli adolescenti.

Il fenomeno è oggetto di uno studio incoraggiato dal Gruppo Adele unitamente all’Università della Strada, diretto a delineare una prima stima quantitativa attendibile (il report integrale è disponibile qui). La ricerca è partita dallo studio ESPAD Italia e ha visto coinvolti un campione di oltre 12.000 studenti raffigurativo della popolazione studentesca italiana in un’età compresa fra i 15 e i 19 anni.