Il burnout del terapeuta: la fragilità del terapeuta “guaritore ferito”

da | 1 Giu 2024 | Idee per Tesi di Laurea, Psicologia

Agli inizi degli anni ’70 la psicologa Maslach ha rivelato l’esistenza e la diffusione del fenomeno che vede il terapeuta vittima della sindrome di burnout. A tale riguardo, ella ha fornito una prima definizione: «è una sindrome di esaurimento emotivo, di depersonalizzazione e di ridotta realizzazione personale, che può verificarsi in individui che svolgono professioni si aiuto» (Maslack & Jackson, 1993).

Il burnout è l’esito psicologico di un processo stressogeno che colpisce le persone che esercitano professioni si aiuto, nel caso in cui queste non riescano a rispondere in maniera idonea ai carichi eccessivi di stress che il lavoro comporta.

Lo strumento fondamentale per valutare il rischio di burnout è il Maslach Burnout Inventory, un questionario che si compone di 22 item che la persona può autosomministrarsi e che, alla fine, offre una misurazione quantitativa in base a tre aspetti del fenomeno:

  1. Esaurimento emotivo: è la prima reazione allo stress determinato da eccessive richieste di lavoro o da importanti cambiamenti;
  2. Depersonalizzazione (cinismo): la persona assume un atteggiamento freddo e distaccato verso il proprio lavoro e le persone che incontra sul luogo in cui opera;
  3. Scarsa realizzazione personale (inefficienza): diminuzione del senso di realizzazione personale e tendenza a valutarsi negativamente.

Il rischio che corre il professionista di essere ‘bruciato’ dallo stress è direttamente proporzionale al livello di coinvolgimento psicofisico che il terapeuta vive nel rapporto con la persona che ha in cura.

La  psicoterapia  della  Gestalt  nel corso degli anni  ha  sviluppato  un  modello  di mentalità terapeutica che presuppone due basilari livelli di competenza. «Il terapeuta lavora di fatto su due piani: il piano della metodologia, ovvero della teoria che lo aiuta ad orientare le sue percezioni, come la mappa che ci aiuta a trovare la strada in un determinato territorio; e il piano della sua personale esperienza» (Spagnuolo Lobb, 2007, p. 76).

Il livello  metodologico concerne i saperi e l’utilizzo degli strumenti teorici e pratici che il terapeuta – nel corso degli anni della sua formazione, e poi nel corso di tutto l’arco della sua esperienza professionale – aggiorna costantemente. Attiene alla padronanza delle basi epistemologiche dell’approccio, all’assimilazione dei caposaldi teorici e dei loro successivi sviluppi.

Il  secondo  livello  rappresenta  il ground  su  cui  il  livello  teorico-metodologico si costruisce. Esso concerne gli aspetti personologici del terapeuta, con la sua sensibilità, la sua motivazione a prendersi cura dell’altro, e con alcuni tratti attitudinali che possono nel tempo perfezionarsi, ma che in qualche modo devono già essere presenti: l’intuito, la propensione all’ascolto, la curiosità genuina, il rispetto e l’interesse verso l’Altro.

Tale livello relativo alle peculiarità intrinseche del terapeuta della Gestalt concerne la storia personale di chi sceglie questo lavoro e racchiude il mistero della propria afflizione al servizio delle persone, la “ferita originaria” ben illustrata dal mito di Chirone (Sampognaro, 2008), il centauro che fu maestro di Esculapio, dio della medicina. Grazie al dolore che gli era causato da una ferita inguaribile, questa figura mitologica riusciva a capire il disagio della persona di cui si prendeva cura.

Tale racconto mitologico evidenzia il paradosso di un guaritore, ferito a sua volta, che non può guarire sé stesso ma che, entrando fortemente in contatto con la propria sofferenza, capisce ciò che prova l’altro ed è interessato a offrirgli supporto (Sampognaro, 2008; 2019).

Il mito di Chirone e la consapevolezza di una ferita emotiva all’origine della scelta e della passione al lavoro terapeutico, mette in mostra un concetto che la psicoterapia della Gestalt pone come corollario dell’idea del terapeuta che spende la sua vita (in termini di saperi ed emozioni) nel rapporto col paziente.

La fragilità del terapeuta “guaritore ferito”, contraltare del delirio di onnipotenza personificato dall’immagine del terapeuta che si pone quale archetipo assoluto di sapienza e di benessere, è un dato di realtà a cui il terapeuta della Gestalt resta ben attaccato. È proprio la sua fragilità, e il fatto di averne massima cognizione, a raffigurare l’elemento che trasforma la sofferenza in risorsa.

Sovente, è proprio il suo atteggiamento narcisistico a esporre il terapeuta al rischio dato dalla presunzione di essere in possesso di energie infinite, e a sovraccaricarsi di casi e di situazioni assai complicate da gestire sul piano emotivo.

La fragilità del terapeuta, al contempo, si rivela però la breccia mediante cui il dolore dell’Altro può incunearsi e alla lunga può andare a corrodere l’equilibrio psicofisico del professionista, quando va ben oltre quello che è il limite soggettivo di tolleranza alla tensione indotta dal malessere altrui (Sampognaro, 2023).