IL computo del Trattamento di Fine Rapporto (TFR): la nuova disciplina dell’art. 2120 c.c.

da | 26 Lug 2023 | Giurisprudenza, Idee per Tesi di Laurea

Il trattamento di fine rapporto rappresenta una somma di denaro che viene riconosciuta al lavoratore nel momento in cui questo cessa di svolgere la propria prestazione lavorativa, indipendentemente dalle ragioni che hanno portato a questa risoluzione.

L’istituto del TFR ha vissuto negli ultimi decenni delle significative modifiche, anche a causa della importanza assunta dalla previdenza complementare, che rappresenta il momento finale del complesso processo evolutivo.

Con la riforma del 1982, il legislatore ha voluto modificare la disciplina dell’indennità di anzianità, partendo dal presupposto che, nel corso dei decenni, erano emerse numerose criticità nella sua concreta applicazione.

In questa direzione, la legge 29 maggio 1982, n. 297 ha introdotto il nuovo istituto del «trattamento di fine rapporto», modificando, tra le altre, quanto previsto dall’art. 2120 c.c., che riconosce il diritto a ricevere l’indennità «in ogni caso di cessazione del rapporto di lavoro».  Con la riforma, il diritto in commento è riconosciuto indipendentemente dalla motivazione che ha determinato la cessazione del rapporto di lavoro, dalla durata del contratto e dalla tipologia di lavoro. Si tratta di aspetti sicuramente innovativi rispetto a quanto precedentemente previsto.

Altra innovazione riguarda l’estensione dell’applicazione del TFR a tutte le categorie di lavoratori, così come previsto dal comma 5, dell’art. 5, fra i lavoratori beneficiari vi è anche il personale navigante con qualifica di sottufficiale comune.

Altra disposizione che occorre prendere in considerazione è quella contenuta nel comma 4, dell’art. 4, secondo cui il TFR si applica «a tutti i rapporti di lavoro subordinato per i quali siano previste forme di indennità di anzianità, di fine lavoro, di buonuscita, comunque denominate e da qualsiasi fonte disciplinate». Le due discipline sono dirette alla «razionalizzazione» e alla «perequazione del trattamento di fine rapporto» (Giugni, Tamajo & Ferraro, 1984).

L’art. 4, legge n. 297/1982 riconosce l’erogazione del trattamento di fine rapporto in favore dei lavoratori subordinati del settore privato. Categoria a cui era già applicata la disciplina dell’indennità di anzianità.

Con la riforma del 1982, la disciplina contenuta nell’art. 2120 c.c. è applicabile anche al personale navigante marittimo aereo, oltre che a tutti i rapporti di lavoro subordinato, rispetto ai quali erano previste forme di indennità di fine rapporto, in qualsiasi modo denominate e rispetto alle quali trovava applicazione altra fonte legislativa o contrattuale.

Fra gli obiettivi del riformatore vi era quello di uniformare la disciplina applicabile alla quantificazione dei trattamenti di fine rapporto esistenti rispetto ai rapporti di lavoro instaurati nel settore privato. Ancora, la disciplina è applicabile anche relativamente ai rapporti di lavoro cosiddetti speciali e rispetto a particolari categorie di lavoratori.

Il comma 5, dell’art. 4, legge n. 297/1982 esclude il riconoscimento delle «indennità di fine rapporto aventi natura e funzioni diverse». Oltre alla richiamata ipotesi, il legislatore aveva escluso l’applicazione della disciplina in commento nel caso di pubblico impiego; esclusione che è venuta a seguito della privatizzazione del pubblico impiego, rispetto ai quali, a far data dal 1° gennaio 1996, si applicano le norme del settore privato.

Oltre a quanto sin qui evidenziato, occorre rilevare come la disciplina del TFR abbia un’efficacia inderogabile in melius oltre che in peius, sia relativamente all’autonomia individuale che all’autonomia collettiva (Garilli, Garofalo & Ghera, 2023).

Sulla base di quanto sin qui dedotto, il comma 11, dell’art. 4, legge n. 297/1982, dispone che sono nulle tutte le clausole dei contratti collettivi regolatrici della materia delle indennità di fine rapporto comunque denominate.

In ragione di questa previsione, quindi, non sono applicabili disposizioni più favorevoli al lavoratore, discostandosi da quanto previsto dal principio del favor. La disciplina introdotta è una disciplina cogente, rispetto sia alle condizioni minime che a quelle massime del TFR, che risponde a ragioni di tutela di un interesse pubblico al contenimento del costo del lavoro.