Infermità o semi-infermità mentale e «capacità di partecipare coscientemente al procedimento»

da | 3 Lug 2023 | Giurisprudenza, Idee per Tesi di Laurea

L’art. 88 del Codice penale reputa non imputabile colui che, quando ha commesso il fatto, era «per  infermità,  in  tale  stato  di  mente  da  escludere la capacità d’intendere e di volere». Al c.d. vizio parziale di mente è indirizzata la disposizione successiva, ossia l’art. 89 c.p., secondo cui «(c)hi, nel momento della commissione del fatto era, per infermità, in tale stato di mente da scemare grandemente, senza escluderla, la capacità d’intendere e di volere, risponde del reato commesso; ma la pena è diminuita».

Il vigente Codice di rito tiene conto di un parametro processuale della capacità – raffigurato dalla «capacità di partecipare coscientemente al procedimento» (artt. 70 ss. C.p.p.) – completamento disgiunto dal riferimento alla capacità di intendere e di volere, la quale rileva ai fini della valutazione dell’imputabilità del soggetto al quale viene addebitato la commissione di un fatto costituente reato.

Secondo la giurisprudenza di legittimità «la sussistenza di una patologia psichiatrica non è sufficiente ad escludere il requisito  della  cosciente  partecipazione  ai  sensi  dell’art.  70  cod.  proc.  pen.,  ma è necessario che sia di gravità tale da non consentirgli la difesa in giudizio, il cui accertamento, rimesso al giudice di merito, non è sindacabile in sede di legittimità, se motivato nel rispetto della logica processuale e delle emergenze nosografiche» (Cass. pen., Sez. I, 11 marzo 2022, n. 10926, in CED, Rv. 282963).

Dunque, in mancanza di simile capacità, l’imputato non è in grado di esercitare il proprio diritto all’autodifesa (garantito ex art. 24 Cost), il quale si concretizza per mezzo di una partecipazione cosciente e attiva (Montagna, 2009) al processo che vede l’imputato protagonista. Ciò, verosimilmente, implica l’esigenza di instaurare una procedura incidentale diretta ad appurare l’alterato stato mentale del soggetto, se è necessario mediante perizia [o, secondo dottrina maggioritaria (Gualazzi, 2011), mediante l’acquisizione dei documenti]. Quest’ultima, se ha esito positivo, culmina in una ordinanza di sospensione e, successivamente, verrà nominato un curatore speciale.

Diversamente, nel caso in cui il giudice reputi non opportuno disporre la perizia sostenendo la capacità dell’imputato di stare in giudizio, sarà suo onere fornire adeguata motivazione in ordine a tale scelta (Cass. pen., sez. V, 27 ottobre 2004, n. 43610; Cass. pen., sez. II, 19 aprile 2019, n. 33098).