La Crisi di Cuba

da | 7 Nov 2023 | Idee per Tesi di Laurea, Scienze politiche, Storia

Quando il mondo sfiorò la catastrofe nucleare, in una vicenda che coinvolse anche l’Italia

Nel gennaio 1969, sull’isola di Cuba, il movimento rivoluzionario “26 Julio”, guidato da Fidel Castro e Ernesto Che Guevara, riuscì ad abbattere l’impopolare regime di Fulgencio Batista, che si era inimicato anche l’amministrazione Eisenhower.

Dopo la fuga di Batista, i rapporti USA-Cuba rimasero in stallo, finché si raffreddarono improvvisamente quando Castro annunciò la messa in opera di riforme socialiste, come la nazionalizzazione di banche e imprese, concludendo accordi commerciali e militari con Mosca.

Nell’aprile 1961, John Fitzgerald Kennedy divenne il 35° presidente degli Stati Uniti, e da subito volle risolvere la questione Cuba, disponendo che la CIA organizzasse un colpo di stato utilizzando gli oppositori cubani, debitamente sostenuti e riforniti. Com’è noto, il piano si risolse in un fallimento (Baia de los Cochinos) e Krushev ebbe l’opportunità di smascherare ancora una volta l’ipocrisia americana, spingendo Fidel Castro definitivamente fra le braccia di Mosca, che non volendo lasciare scappare l’occasione si impegnò a fornire ulteriore sostegno.

Ciò che spinse Krushev a osare, fu la reazione alla fallimentare operazione alla Baia dei Porci, ma specialmente l’arrivo dei missili Jupiter nelle dieci basi americane in Turchia e nelle cinque in Italia. Il segretario del PCUS si accordò con Fidel Castro in un incontro segreto, nel luglio 1962, e poco dopo fu intrapresa la costruzione delle rampe di lancio.

I sospetti americani sulle rampe di lancio sovietiche per missili a medio raggio R12 e R14, a 150 km dai confini statunitensi, furono confermati dal volo di un U2 della US-Air Force, che portò Kennedy a ordinare il blocco totale di Cuba per impedire l’arrivo di nuove forniture dall’Unione Sovietica, annunciando che non avrebbe permesso altre consegne di armamenti, e chiedendo lo smantellamento immediato e il rientro di tutti i materiali in URSS. Kennedy decise comunque una politica di destabilizzazione, supportata a azioni clandestine della CIA, come ad esempio l’operazione Mongoose (mangusta), nota anche come “Cuban Project”, svolta dal 1961 al 1975, progettata e fortemente sostenuta dall’amministrazione Eisenhower nel 1960, e approvata da Kennedy, che comprese circa 5.800 azioni terroristiche e 716 sabotaggi a infrastrutture economiche. Il piano prevedeva: spingere i movimenti comunisti a unirsi all’opposizione; copertura agli agenti statunitensi infiltrati; operare una successiva propaganda contro il comunismo; creare una base militare per le esercitazioni; creare un’organizzazione fantasma per raccogliere informazioni sul Paese. Il tutto, con lo scopo di destabilizzare il governo di Fidel Castro, ma non ebbe successo, anzi, aumentò la popolarità del Lider Maximo.

Nel gennaio 1962, il generale dell’aeronautica statunitense Edward Lansdale espose i piani per rovesciare il governo di Fidel Castro in un rapporto top secret indirizzato a Kennedy. Agenti della CIA e della Special Activities Division infiltrati a Cuba per sabotaggi e organizzazione di attività sovversive con gli anticastristi locali, inoltre, nel febbraio ’62, ebbe inizio l’embargo. Fu a quel punto che il generale Landsdale presentò il progetto per le operazioni coperte con l’obiettivo di abbattere il governo di Castro.

Nel dicembre ’61, Fidel Castro chiede a Mosca maggiori forniture di missili antiaerei tipo SA-2, ma non ebbe risposte certe e quindi espresse aspre critiche verso i sovietici e si orientò verso Pechino per ottenere assistenza economica. Nel marzo ‘62 ordinò l’espulsione alcuni ex compagni filo-sovietici dal Partito Comunista di Cuba, mossa che, unita alla possibilità di un’invasione americana, convinse i russi a fornire ulteriori missili SA-2 e inviare un reggimento di truppe regolari.

E’ comunque provato che nel 1962, i sovietici possedevano solo 20 missili balistici intercontinentali in grado di trasportare testate nucleari sul territorio statunitense partendo dall’interno dell’Unione Sovietica.

Il 18 maggio 1962 Krushev ordinò di dare inizio alle procedure preliminari per il dispiegamento a Cuba di missili a medio raggio, armati con testate nucleari entro il successivo ottobre, incontrando l’opposizione del vicepresidente Anastas Mikojan e del ministro degli esteri Andrej Andrejeviç Gromyko. Anche l’ambasciatore sovietico a La Havana, Alexandr Ivanovich Alexeyev, espresse dubbi sulla convenienza dell’impresa. A spingere Krushev a decidere fu anche la questione Berlino, rimasta insoluta, con Krushev che non aveva mutato obiettivo sul volere le truppe occidentali fuori dalla città, per portarla completamente all’interno della DDR e quindi nella sfera sovietica. Se gli Stati Uniti avessero cercato di negoziare sui missili, avrebbe potuto mettere sul tavolo la questione Berlino, strategicamente più importante di Cuba.

Mosca temeva le continue minacce degli Stati Uniti su Cuba, perché una eventuale estromissione di Fidel Castro avrebbe significato una pesantissima perdita per il socialismo su scala mondiale. I missili a Cuba avrebbero rappresentato un deterrente contro ogni velleità di invasione. Inoltre Krushev voleva parificare il dislivello rispetti ai missili Jupiter PGM19 schierati in Italia e Turchia, che avrebbero potuto colpire l’Unione Sovietica prima di una eventuale reazione. I missili a Cuba avrebbero assunto il valore di strumento per una mutua distruzione perché se Washington avesse lanciato un attacco nucleare sul territorio sovietico, si sarebbe automaticamente innescata una contromossa sul territorio americano con l’immediato lancio dall’isola caraibica.

Il 29 maggio ’62 a Cuba giunse una commissione di specialisti e tecnici, mischiata a una delegazione per ricerche agricole, e Fidel Castro ricevette i progetti per lo schieramento dei missili, da portare a termine velocemente perché esisteva pur sempre il pericolo di una invasione americana.

Le operazioni sovietiche furono autorizzate dai massimi vertici militari, fra cui il maresciallo Rodion Malonovskij e da Krushev all’inizio di luglio, riunite nella massiccia operazione Anadyr, sostenuta da un capillare piano di depistaggio.

Il trasporto e il dispiegamento dei missili avvennero nella massima segretezza e a conoscenza di pochissimi. Le stesse truppe incaricate della missione ricevettero indicazioni volutamente sbagliate quando gli fu detto che sarebbero state mandate verso una regione dal clima freddo e quindi equipaggiate con scarponi da sci, indumenti pesanti e altre attrezzature invernali.

I tecnici giunsero a Cuba sotto copertura e il maresciallo capo dell’artiglieria, generale Sergei Biryuzov, capo delle forze missilistiche sovietiche, guidò una squadra di ricognizione che visitò Cuba per trovare la sistemazione ottimale per le rampe di lancio.

Il progetto prevedeva l’installazione di 24 missili R12 a medio raggio (2.000 km) con testata nucleare da 2,5 Megatoni, e 18 missili R14, versione migliorata dei precedenti, con gittata di 4.000 km e testata da 3,5 Megatoni, più due squadriglie di bombardieri leggeri Ilyushin Il-28 in grado di trasportare ordigni nucleari, uno stormo di caccia Mig-21, e reparti speciali agli ordini del generale Issa Pliev con quattro reggimenti di fucilieri e 12 batterie di missili antiaerei S75 più altre dotazioni antiaeree. Inoltre, in un secondo tempo, era prevista l’installazione a Cuba di altri 100 missili terra-terra tipo Sopka S2 e FKR-1con testata nucleare, con gittata di 65 km e impiegabili contro bersagli marittimi e terrestri. In seguito furono inviati anche 36 razzi FROG (24 con testate esplosive convenzionali e gli altri 12 con testata nucleare, capaci di una gittata massima di 34 chilometri e impiegabili contro la base navale di Guantánamo nel sud dell’isola. Il personale militare sovietico schierato a Cuba avrebbe raggiunto i 50mila uomini.

La marina sovietica progettò di schierare a Cuba un gruppo navale con due incrociatori, quattro cacciatorpediniere, 12 motocannoniere con missili antinave e 11 sottomarini d’attacco, alcuni dei quali con siluri a testata nucleare, poi l’invio fu cancellato, a causa di problemi di rifornimento, ma fu deciso di trasferire a Cuba la costruzione di una base navale per ospitare sottomarini lanciamissili balistici nucleari della nuova Classe Golf.

L’accordo fra Cuba e URSS venne siglato da Ernesto Che Guevara a Mosca, che fece pressioni perché Krushev rendesse pubblico il trattato, ma il segretario del PCUS rispose di no per la totale segretezza imposta al programma e riconfermò il sostegno dell’Unione Sovietica a Cuba se gli americani avessero scoperto i missili.

Già nel luglio ’62 la CIA aveva sospettato che qualcosa di importante stava per avvenire a Cuba e la sorveglianza a cui erano sottoposti tutti i mercantili sovietici diretti verso l’isola rilevò un aumento del trasferimento di materiale militare. Il 21 luglio un’unità navale statunitense specializzata nella raccolta di informazioni elettroniche si posizionò nelle acque internazionali davanti a La Havana e registrò le comunicazioni fra Cuba e Mosca. Nel successivo agosto, la CIA raccolse informazioni su avvistamenti di caccia Mig-21 e bombardieri leggeri Il-28 a Cuba, da parte di osservatori a terra, e portava avanti un piano di voli spia due volte al mese con gli U2 direttamente controllati da Langley.

Il volo del 5 agosto rilevò attività militare in corso in varie zone di Cuba, quella del 29 agosto scattò le prime immagini di otto postazioni di lancio di missili antiaerei S-75 e una postazione di missili antinave P15 in avanzato stato di costruzione.

Il direttore della CIA, John McCone, compilò un rapporto nel quale manifestava il pericolo, in quanto l’invio di missili antiaerei a Cuba aveva senso solo se Mosca intendeva usarli per difendere una base per missili balistici. McCome propose di aumentare i voli di controllo, ma il segretario di Stato, Dean Rusk, e il segretario alla Difesa, Robert McNamara, si opposero, per i rischi diplomatici conseguenti l’eventuale abbattimento di uno dei velivoli e la cattura o morte del pilota.

Nel settembre 1962 anche gli analisti della Defense Intelligence Agency (DIA) evidenziarono che i siti missilistici terra-aria cubani erano disposti secondo uno schema simile a quello usato in URSS per proteggere le basi missilistiche.

L’11 settembre, l’URSS comunicò che un attacco a Cuba o alle navi che trasportavano rifornimenti all’isola, avrebbe causato una risposta militare, ma assicurava, sapendo di mentire, che i rifornimenti per Cuba non erano di natura offensiva.

La prima nave sovietica carica di missili, la Omsk, arrivò a Cuba l’8 settembre, poi arrivò la Indigurka con le prime testate nucleari, ma un aereo da pattugliamento della US-Navy aveva scattato alcune istantanee del ponte della Omsk, occupato da missili coperti da teloni. Erano foto di cattiva qualità, ma non fu possibile organizzare altri voli a causa delle condizioni meteo. I voli degli U2 su Cuba erano stati sospesi a causa di alcuni incidenti: U2 dello Strategic Air Command si era trovato per errore sull’isola di Sakhalin, estremo oriente sovietico e aveva rischiato l’abbattimento, e nove giorni dopo un altro U2 decollato da Taiwan venne abbattuto sopra la Cina occidentale da un missile S-75, così il segretario di Stato, Dean Rusk, e il consigliere per la Sicurezza Nazionale, McGeorge Bundy, decisero di bloccare i voli degli U2 su Cuba.

L’intelligence americana ricevette numerose segnalazioni, e cinque di queste descrivevano grandi camion che attraversavano le città di notte trasportando oggetti cilindrici molto lunghi coperti da teloni.

I voli degli U2 CIA su Cuba ripresero il 5 ottobre, e rivelarono il completamento delle postazioni di lancio dei missili antiaerei S-75, e altre costruzioni di strutture non identificate. Kennedy ordinò un volo alla settimana, ma la CIA non ne aveva la possibilità e quindi venne proposto di operare in coordinamento con il SAC.

Il 14 ottobre l’U2 pilotato dal maggiore Richard Heyser scattò quasi mille immagini, fra cui basi di lancio per missili R-12 in costruzione, e altre rivelarono la costruzione di due siti nei dintorni di Remedios, mentre componenti smontati di bombardieri Il-28 furono localizzati nella base aerea di San Cristóbal.

Il 15 ottobre, il National Photographic Interpretation Center (NPIC) della CIA esaminò le immagini, identificando i missili a medio raggio, grazie anche alle informazioni fornite da Oleg Vladimiroviç Penkovskij, doppio agente del GRU al soldo di CIA e MI6 con i dettagli tecnici delle installazioni.

La sera stessa la CIA informò il presidente, il Dipartimento di Stato, il consigliere per la Sicurezza Nazionale, il segretario della Difesa, e il segretario alla Giustizia Robert Kennedy, che formò l’Executive Committee of the National Security Council, o EXCOMM.

Fra il 17 e il 19 ottobre gli U2 tornarono a volare su Cuba per 17 missioni e localizzarono sei postazioni di lancio per missili R-12 con 24 vettori di lancio, e tre per missili R-14 con 12 vettori di lancio, oltre a tre postazioni per missili antinave P-15, 26 postazioni per missili antiaerei S-75 con sei lanciatori ciascuna, 12 motocannoniere missilistiche Classe Komar con missili P-15, e componenti per l’assemblaggio di 22 bombardieri Il-28. Venne inoltre individuato il sito per possibile deposito di testate nucleari.

Kennedy esaminò le opzioni: non fare nulla; ricorrere alla pressione diplomatica; offrire a Fidel Castro la scelta fra rompere i rapporti con i sovietici o essere invaso; invasione in forze di Cuba e rovesciamento di Castro; utilizzo delle forze aeree per attaccare tutti i siti missilistici conosciuti; blocco navale.

Inizialmente Kennedy era orientato nel considerare seriamente un attacco, seguito da un’invasione, ma dopo tre o quattro riunioni dello staff la proposta perse gradatamente vigore, a causa delle implicazioni che avrebbe comportato, non esclusa una escalation che poteva sfuggire dal controllo.

Adlai Stevenson, ambasciatore presso l’ONU, sosteneva vigorosamente la via diplomatica ma sulla linea dura, senza cedimenti, tenendo presente la questione Berlino, sulla quale Krushev avrebbe potuto accanirsi. Era comunque evidente risolvere la questione in un modo o nell’altro, prima che i missili diventassero operativi.

Il 18 ottobre, alla Casa Bianca, Kennedy incontrò, come programmato già da qualche tempo, il ministro degli Esteri russo Gromyko, il quale ribadì che le armi sovietiche a Cuba non avevano alcuno scopo offensivo, e usò propriamente il termine “armi” e non “missili”, ma Kennedy non cadde nel tranello e nascose il fatto di essere già perfettamente a conoscenza di che cosa stese succedendo. Il ministro sovietico fu altrettanto abile nel portare il discorso sul tema previsto, ovvero il viaggio di Krushev in USA, nel quale si sarebbe affrontata la questione Berlino. Successivamente il ministro sovietico spedì a Mosca un rapporto molto ottimistico sui risultati della riunione, assicurando che difficilmente gli Stati Uniti sarebbero intervenuti a Cuba. Il giorno seguente il presidente americano riunì ancora lo staff, alla presenza dei comandanti militari che esposero ogni singolo aspetto di una operazione combinata, in effetti messa a punto fin dal 1959 e denominata “Oplan 312/62”: una serie di attacchi aerei dalle basi della Florida, seguiti dal altri lanciati da portaerei quindi, per creare una testa di ponte a Mariel, il lancio di due divisioni di paracadutisti, seguiti da uno sbarco di una divisione di Marnes a ovest della città, sostenuta da reparti corazzati. Obiettivo immediato il porto, attraverso il quale sarebbero giunte altre due divisioni, per porre l’intera isola sotto controllo. In totale, un’operazione con circa 115mila uomini.

Kennedy si mostrò profondamente scettico, perché ben sapeva che a Cuba si trovavano diversi reparti sovietici, ed eventuali combattimenti avrebbero certamente procurato vittime anche fra questi. Inoltre, era da considerare che Cuba poteva essere un’esca e che lo scontro armato fosse proprio ciò che Krushev voleva, per avere mano libera a Berlino.

Fra attacco aereo e blocco navale si scelse quest’ultimo, considerando l’opzione militare come ultima, utilizzando però ufficialmente il termine “quarantena”, sostenuta anche dalla valutazione favorevole all’unanimità, cioè 20 pareri positivi, da parte dell’Organizzazione degli Stati Americani.

Krushev venne informato dell’entrata in vigore del blocco dall’ambasciatore a Mosca, Foy Kohler, e sull’atteso discorso alla nazione, a reti unificate, del presidente Kennedy.

Delegazioni statunitensi incontrarono i primi ministri canadese (John Diefenbaker), inglese (Harold Macmillan), il cancelliere della FDR, Konrad Adenauer; il presidente francese Charles de Gaulle e il segretario generale dell’Organizzazione degli Stati Americani, José Antonio Mora, che furono a loro volta informati sulla situazione.

Kennedy parlò al Paese alle 19 del 22 ottobre, annunciò la scoperta dei missili sovietici a Cuba, ne descrisse il tipo, annunciò la quarantena e dichiarò che qualsiasi arma lanciata da Cuba verso il territorio americano, o il territorio di qualunque Paese allineato sarebbe stato considerato un atto di guerra da parte dell’Unione Sovietica, che avrebbe necessariamente causato una rappresaglia adeguata.

Il livello di allerta venne alzato alla condizione Defcon-3, con condizione rossa per tutto il personale delle forze armate americane addetto al funzionamento di missili intercontinentali, compreso quello a bordo di sottomarini, già in navigazione verso i punti di lancio prestabiliti. Vennero fatte decollare diverse squadre di B52 con bombe nucleari a potenza controllata, e altri 180 bombardieri B47 Stratojet altrettanto potentemente armati furono schierati in una trentina di aeroporti americani, pronti al decollo. In Europa, il livello di allerta fu volutamente mantenuto alla condizione Defcon-5, mentre furono intensificati i voli di ricognizione su Cuba con gli F8 Crusader della US-Navy e dagli F101 Voodoo della US-Air Force.

Su piano internazionale, la Cina prese le parti di Cuba, come naturalmente tutti i governi del Patto di Varsavia e i Paesi asiatici di ideologia social-comunista, così come la Germania Ovest ovviamente quelle degli Stati Uniti, come tutti i Paesi allineati. I due blocchi erano chiaramente definiti, e il mondo si trovava sull’orlo di una guerra nucleare, quando anche Mosca ordinò di alzare il livello di allerta alle basi missilistiche e all’aeronautica.

Il 24 ottobre, giorni in cui entrò in vigore la quarantena, Krushev rispose a Kennedy con una lettera personale, di tono decisamente ridimensionato che consigliava di non compiere azioni che avrebbero potuto portare a conseguenze catastrofiche, ma Kennedy replicò che se la situazione era di estrema tensione, la causa era l’URS che aveva deciso di installare missili con testate atomiche a Cuba, dove Fidel Castro aveva disposto la mobilitazione generale e il richiamo dei riservisti, e comparendo i tv accusando gli Stati Uniti di aggressione, citando i precedenti.

Successivamente si giunse all’idea di equilibrare le proposte: smantellamento dei missili sovietici a Cuba, e smantellamento dei missili americani in Turchia

Durante la quarantena, messa in atto dalla Joint Task Force 136, 26 mercantili tentarono di accedere oltre la linea di demarcazione, ma furono respinti o invertirono la rotta spontaneamente. Una seconda task force (TF-135), incentrata sui due gruppi navali delle portaerei USS-Independence e USS-Enterprise con le rispettive navi scorta, incrociatori e cacciatorpediniere, forniva copertura a distanza. Lo stesso 24 ottobre, il SAC alzò il livello di allerta alla condizione Defcon-2, prima e unica volta nella storia. Inoltre venne aumentato il livello di allerta dei missili Jupiter in Italia, ma non in Turchia.

Il 25 al Consiglio di Sicurezza ONU, l’ambasciatore statunitense Adlai Stevenson affrontò direttamente e a testa bassa l’ambasciatore sovietico Valerian Zorin, sfidandolo ad ammettere l’esistenza dei missili.

A questo punto, la crisi era in stallo, con i sovietici che non si erano sbilanciati in alcun senso, e gli Stati Uniti pronti a sferrare una invasione di Cuba e un eventuale attacco nucleare contro l’URSS.

Il giorno seguente, Aleksandr Fomin (Alexander Feklisov) responsabile del KGB a Washington, chiese a John A. Scali, corrispondente di ABC News, un incontro. Secondo le istruzioni ricevute da Mosca, Fomin chiese a Scali di contattare il Dipartimento di Stato per una soluzione diplomatica, con garanzia da parte dell’Unione Sovietica di rimuovere i missili sotto la supervisione delle Nazioni Unite, in cambio gli Stati Uniti dovevano dichiarare pubblicamente che non avrebbero mai attaccato Cuba.

Krushev ribadì personalmente la proposta inizialmente riferita a Scali in un’altra lettera personale. Nel frattempo Fidel Castro, fortemente convinto che un’invasione dell’isola sarebbe stata imminente, aveva inviato un telegramma, oggi conosciuto come la Lettera di Armageddon, al leader sovietico con il quale sembrò richiedere un attacco nucleare preventivo contro gli Stati Uniti in caso di inizio delle operazioni contro Cuba.

In realtà, Kennedy fu abile a mantenere vivo il baratto con i missili dislocati in Turchia, poiché Krushev non poteva certo sapere che Washington aveva già deciso la loro rimozione perché considerati non militarmente utili.

Il 27 ottobre avvennero diversi incidenti che avrebbero potuto fare precipitare la situazione: un U2 andò fuori rotta mentre sorvolava l’Alaska ed entrò nello spazio aereo sovietico sul Mare di Bering, e il comando sovietico mise in massima allerta le forze missilistiche strategiche e decollare alcuni caccia. Gli statunitensi fecero a loro volta decollare due intercettori con missili aria-aria a testata nucleare in soccorso all’U2, ma lo scontro diretto fu evitato.

Alcune ore più tardi la situazione precipitò ancora. Un altro U2 pilotato dal maggiore dell’aeronautica Rudolf Anderson, decollò da dalla McCoy Air Force Base in Florida e su fu colpito da un missile terra-aria, causandone l’esplosione e la morte di Anderson. Il missile partito da Cuba era stato lanciato su ordine di un indeterminato comandante sovietico, che agì di propria iniziativa. Poco dopo, una coppia di ricognitori F8 Crusader in volo su San Cristobal, fu bersagliata dalla contraerea, uno dei Crusader fu colpito, ma il pilota riuscì a rientrare. Kennedy ma decise di non agire.

Due altri incidenti portarono il mondo sull’orlo del baratro: al momento dell’entrata in vigore della quarantena, vi erano quattro sottomarini d’attacco sovietici Classe Foxtrot diretti a Cuba. Fu ordinato loro di posizionarsi nel Mar dei Sargassi e attendere istruzioni. Uno dei sottomarini fu avvistato da un ricognitore americano, e il gruppo navale della portaerei USS-Randolph fu attivato. Le unità americane dovevano costringere il battello sovietico all’emersione, ma credendosi senza alternativa e convinto che la guerra fosse scoppiata, il comandante (capitano di vascello Valentin Grigoryevich Savitsky decise di lanciare contro le navi nemiche il siluro a carica nucleare che aveva in dotazione. Il comandante della flottiglia di sottomarini, capitano di vascello Vasilij Aleksandrovič Archipov si oppose e il lancio del siluro fortunatamente non venne eseguito. Il sottomarino invertì la rotta e si diresse verso est.

L’altro incidente fu evitato quando una base segreta dell’aeronautica statunitense a Okinawa ricevette l’ordine di lanciare quattro missili nucleari. Il comandante della base, colonnello Bassett, decise di non eseguir l’ordine in quanto in condizione Defcon-2 e per fare partire i missili era necessaria l’allerta Defcon-1, ovvero stato di guerra. Il centro controllo, Missile Operation Center, verificò di non avere ordinato alcun lancio, e l’ordine venne annullato. Nel frattempo, il segretario alla Difesa, Robert McNamara, fece pressioni perché fosse compiuto un ulteriore passo diplomatico, con la richiesta all’Italia di rimuovere i missili Jupiter a testata atomica schierati in Puglia, per fare pressione sulla Turchia. Il ministro della difesa italiano, Giulio Andreotti, comunicò il consenso, mentre Washington furono comunque messi a punto piani per attacchi aerei su siti missilistici cubani e altri obiettivi, in particolare quelli per lo stoccaggio del petrolio.

Il 28 ottobre la tensione cominciò a scendere: Kennedy accettava di smantellare i missili in Turchia entro pochi mesi, e impegnava gli Stati Uniti a non invadere Cuba, ma poneva come condizione il ritiro dei missili da Cuba, altrimenti entro 48 ore sarebbero stati attaccati dall’aviazione. Krushev fu consapevole di rischiare di perdere il controllo della situazione, e decise di accettare la proposta americana.

Kennedy rispose con una dichiarazione in cui lodava la scelta definendo Krushev “grande statista che aveva dato un contributo importante e costruttivo alla pace”. Intanto, il confronto fra sottomarini sovietici e cacciatorpediniere statunitensi continuava, ci furono altri avvistamenti, ma gli ordini erano ormai chiari: nessuna iniziativa.

Il 2 novembre ‘62, Kennedy si rivolse alla nazione, comunicando lo smantellamento delle installazioni a Cuba e il 20 novembre la quarantena venne sciolta. La rimozione dei missili Jupiter dall’Italia e dalla Turchia fu completata nell’aprile ’63.

Molti aspetti della vicenda rimangono ancora oscuri, poiché non tutti i relativi documenti sono stati ancora desecretati, ma una cosa è sempre stata evidente: il mondo non è mai stato così vicino all’autodistruzione.