La moda Fast Fashion: cos’è e perché non è sostenibile

da | 21 Giu 2024 | Economia, Idee per Tesi di Laurea

L’industria della moda è considerata responsabile del 10% delle emissioni globali di carbonio, più del totale di tutti i voli internazionali e del trasporto marittimo messi insieme (Parlamento europeo, 2024) e si stima che aumenterà di oltre il 50% entro il 2030.

A tal riguardo, vengono evidenziati gli impatti ambientali dell’industria di moda come l’utilizzo eccessivo di acqua e l’inquinamento idrico, le emissioni di gas serra derivanti dalla lavorazione dei combustibili fossili e l’uso di sostanze chimiche pericolose.

Inoltre, come risaputo oramai da tempo, vi sono considerevoli impatti sociali negativi del settore relativamente alle cattive condizioni di lavoro, ai problemi di salute e sicurezza, agli abusi dei diritti umani che includono il lavoro minorile e la schiavitù moderna.

La consapevolezza di queste sfide di sostenibilità ambientale e sociale ha innescato molti cambiamenti nel settore verso una moda sostenibile ed etica. Tuttavia, è evidente che lo sviluppo del settore verso la moda veloce e i recenti sviluppi verso la moda ultraveloce presentano tendenze negative di transizione insostenibili.

Con il dominio del fast fashion, la velocità di commercializzazione è aumentata enormemente negli ultimi due decenni (Bhardwaj & Fairhurst, 2010) e la produzione di abbigliamento è quasi raddoppiata negli ultimi 15 anni (Freudenreich & Schaltegger, 2020).

A causa della natura del fast fashion e del crescente sovraconsumo, gli abiti sono trattati come usa e getta e il fast fashion è anche responsabile di enormi rifiuti e di emissioni e tossicità legate ai rifiuti stessi.

Ogni anno solamente nell’Ue vengono gettate via 5 milioni di tonnellate di vestiti e calzature e l’80% di questi finisce in inceneritori, discariche o nel sud del mondo. Per rendere l’idea, ogni secondo nel mondo un camion di indumenti viene bruciato o mandato in discarica.

Nel contesto della moda, i consumatori svolgono un ruolo fondamentale nel determinare le tendenze. Se in passato il consumatore finale era ignaro delle conseguenze nocive di questa catena del valore globale, attualmente sempre più acquirenti sono interessati al trend della sostenibilità.

L’attenzione dell’opinione pubblica per le microplastiche, il cambiamento climatico e la moderna schiavitù ha creato un’ondata di cambiamenti nel settore. A seconda della loro posizione etica e morale, i consumatori hanno iniziato a richiedere prodotti più sostenibili dal punto di vista ambientale e sociale, influenzando l’approccio degli operatori della moda alle sfide della sostenibilità.

Pertanto, il cambiamento in questo settore avverrà sia da parte dei consumatori finali che preferiscono offerte sostenibili, sia da parte delle imprese che devono essere in grado di offrire prodotti e servizi che consentano un consumo più sostenibile.

L’industria della moda ha trovato un modello di business di successo nella produzione di massa in paesi a basso costo (è il caso di H&M, Shein, Temu, Primark e molti altri). Questa strategia controbilancia i costi delle complesse catene logistiche sature (fasi di produzione in luoghi diversi) e delle catene di fornitura globali coinvolte nella produzione di abbigliamento.

Le catene di fornitura globali del fast fashion hanno inizio con la produzione di fibre (da fonti agricole o petrolchimiche), passano attraverso la produzione di filati, la produzione di tessuti e l’assemblaggio di capi d’abbigliamento, per finire con la vendita al dettaglio in tutto il mondo. Per compensare questi costi, i produttori cercano di completare la produzione a basso costo nel Sud del mondo e di trasportare i prodotti finiti nel Nord del mondo per consentire ai consumatori occidentali di accedere facilmente a capi di moda a basso costo.

Oltre alla produzione a basso costo, il fast fashion si basa su tendenze in continua evoluzione e sul “fascino della moda” per guidare l’offerta. L’industria sfrutta il desiderio e il bisogno emotivo di cambiare costantemente il proprio aspetto e di rimanere “al passo con i tempi”.

Di conseguenza, al fine di appagare questo bisogno è necessario acquistare impulsivamente e utilizzare temporaneamente i capi, che poi vengono smaltiti per far posto a nuovi acquisti. Insieme, il basso costo della manodopera, l’economicità degli abiti e l’efficacia del marketing creano un ciclo ripetuto di produzione e rifiuti.

Gli ampi impatti ambientali del fast fashion a livello locale e globale necessitano di interventi a livello di sistema. I cambiamenti dovrebbero riguardare la produzione di fibre e tessuti, la logistica e la gestione delle sostanze chimiche, nonché le pratiche commerciali e di consumo. Ad esempio, l’industria tessile deve diminuire l’uso di energia non rinnovabile e il livello di emissioni di CO2. Inoltre, i produttori devono ridimensionare l’utilizzo di sostanze chimiche che avviene nel corso della lavorazione dei tessuti.

Punto essenziale è che i volumi di produzione complessivi e la velocità con cui il materiale transita attraverso i sistemi devono rallentare quanto prima. Le aziende devono produrre meno materiale in modo più efficiente e i clienti devono consumare meno e indossare gli indumenti più a lungo.

È chiara la necessità di una politica di responsabilità estesa del produttore e una maggiore presa di coscienza da parte dei consumatori circa i seri rischi che comporta il fast fashion.

La responsabilità del produttore dovrebbe incentivarli a creare prodotti più durevoli e di alta qualità. Ad esempio, le politiche che rendono i rifiuti un costo per l’industria potrebbero riorientare lo sviluppo verso il miglioramento della durata e della qualità degli indumenti.

In questo nuovo sistema, le imprese lavorerebbero a un ritmo più lento e più accurato, investirebbero in una migliore qualità, aumenterebbero i prezzi dei prodotti e troverebbero metodi di marketing più creativi.

I marchi del fast fashion hanno focalizzato la maggioranza dei loro impegni nell’incoraggiare una finta moda “riciclata e riciclabile” spacciandola come soluzione ai loro impatti ambientali.

Numerosi marchi stanno accrescendo tale evidentemente falso racconto nelle etichette valutate da loro stessi e ciò può chiaramente sconfinare nel greenwashing.

Inoltre, vi è da dire che promettere più sostenibilità nel settore della moda è una vera e propria contraddizione quando la maggior parte degli abiti viene realizzata con l’uso di materiali inquinanti come il poliestere, ricavato dal petrolio che rilascia microplastiche a ogni lavaggio.